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Osvaldo Viberti

La Morra, le Vigne e la Storia

Abbracciando con lo sguardo il paesaggio dalla terrazza panoramica del Belvedere in La Morra, in un giorno d'autunno, la nebbia che risale dalle colline, riporta all'antico mare che sommergeva queste zone, milioni di anni fa. La foschia sembra provenire dalle onde agitate nella tempesta. Un mare mosso e silenzioso nello stesso tempo.

Di quel mare antichissimo, scomparso all'inizio dell'Era Quaternaria, restano le testimonianze dei fossili che ancora oggi si trovano senza eccessive difficoltà, in determinate zone delle Langhe e del Monferrato. E resta soprattutto una fortunata conformazione geologica che, unita al clima, rende questa parte del Piemonte particolarmente versata alla coltivazione della vite.

Durante il Neolitico, le Langhe furono tra le prime aree del Piemonte ad ospitare insediamenti umani di cacciatori-raccoglitori che già praticavano forme rudimentali di agricoltura. I Liguri.

Gli storici romani Strabone, Polibio e Tito Livio testimoniano che Liguri e Galli costruivano i propri insediamenti attorno a un punto fortificato, posto su un'altura. Nella zona di La Morra sono avvenuti frequenti ritrovamenti di reperti di epoca romana: lapidi e tombe, ma anche oggetti di uso quotidiano, testimonianza della presenza di aggregati rurali.

L'area dell'Albese viene citata da Plinio per i suoi vitigni. Monumenti e lapidi di età romana raffigurano grappoli e carri carichi di uva. Una lapide del II° secolo d.C. Rappresenta uomini e donne che trasportano ceste, mentre un contadino versa vino in una botte trainata da muli.

Rispetto al resto dell'Impero Romano, queste aree ebbero uno sviluppo tardivo e perciò i terreni avevano un prezzo vantaggioso che ne agevolava l'acquisto da parte di liberti e veterani. In prevalenza si trattava di piccole proprietà a conduzione diretta.

Tra il I° e II° secolo è il periodo di maggiore espansione economica e demografica, grazie agli scambi commerciali con le vicine città di Alba Pompeia, Pollentia e Augusta Bagiennarum. Gli insediamenti romani rimarranno fino a tutto il IV° secolo quando, a seguito delle invasioni barbariche, delle carestie e delle pestilenze, le campagne cambiano assetto. Diventano così luogo di rifugio per gli scampati dai centri più popolosi.

Resta nei toponimi la testimonianza delle invasioni di quel periodo e delle scorribande dei pirati Saraceni, che hanno luogo per tutto l'Alto Medioevo. Le località di Costa Ungaresca e di Serra dei Turchi ne sono un esempio.

È la fine del mondo antico e l’inizio del Medio Evo. I grandi proprietari, i “potentiores”, prevaricano sui piccoli, i quali finiscono per rinunciare a proprietà e indipendenza per sottomettersi a loro e riceverne in cambio la protezione.

In questo periodo, la popolazione rurale che si trovava dispersa in epoca romana, ricomincia a concentrarsi nei villaggi ed il castello torna ad assumere un ruolo di rilievo. L'agricoltura è in questa fase l'unica fonte di sussistenza, ricchezza e potere.

Il vigneto specializzato è una delle colture del territorio lamorrese. Le viti sono condotte a spalliera, sostenute da pali tramati con filo di ferro.

I filari sono disposti a traverso delle linee di massimo pendio, secondo un canone che raggiungerà la massima diffusione nel Rinascimento e che verrà perfezionato alla fine del Settecento. Nei periodi precedenti le piantagioni erano disposte “a ritocchino”, secondo linee di massima pendenza, con lo svantaggio di essere vulnerabili all'erosione e asportazione dello strato superficiale di terreno per via del ruscellamento.

Il paesaggio risulta frammentato per via delle piccole lottizzazioni individuali e delle bonifiche non pianificate.

A partire dal 1341 la storia di La Morra si interseca con quella della famiglia Falletti il cui prestigio economico e militare cresce dopo la sconfitta in battaglia degli Angioini, a Pollenzo, nel 1346.

All'inizio del secolo XIV, lo sviluppo raggiunto dalla vite è tuttavia modesto, le estensioni dei tralci sono inferiori alle altre colture. Probabilmente per le difficoltà nella coltivazione, che necessita di molta manodopera e relative spese per il salario dei lavoratori. I contadini preferiscono colture dalle quali sia più semplice ricavare sussistenza. I Falletti, signori del luogo, si occupano della protezione della vite. Promulgano norme per combattere il sistema dei danneggiamenti operati per vendetta attraverso taglio di viti e piante da frutta. Le vigne vengono regolarmente sorvegliate fino al tempo della vendemmia, che non si può iniziare senza il permesso dell'autorità comunale la quale comunica attraverso il banditore il giorno di inizio, stabilito dal podestà insieme ai consiglieri.

Queste norme sono elencate negli Statuti di La Morra. Tra esse, la proibizione di passaggio agli estranei, le sanzioni per furto e danneggiamenti. Le punizioni per chi si macchia di questi reati sono severissime e vanno dal taglio della mano alla fustigazione all'impiccagione, con raddoppio della pena se i danni sono stati operati contro la proprietà del signore.

Con la prima Campagna d'Italia, nel 1796, si apre per La Morra il periodo turbolento dell'occupazione napoleonica. La battaglia di Marengo, nel 1800, sancisce la definitiva conquista del Piemonte, che viene una seconda volta strappato al dominio sabaudo-austriaco e, con l'annessione del 1802, diventa ufficialmente territorio francese. L'autorità d'Oltralpe, il Maire, definisce La morra pays vignoble, il cui vino è l'unica fonte di reddito. Molto scarse le altre attività commerciali. La produzione vinicola viene completamente assorbita dal mercato locale: Cuneo, Savigliano, al più la Liguria.

Il vino che si produce in questo periodo storico, non è di grande qualità, per numerose ragioni che vedremo in seguito. I produttori non possono quindi nutrire troppe ambizioni commerciali.

Nel 1805 una grandinata distrugge i due terzi del gran turco e gran parte della vendemmia nel territorio lamorrese.

Da una lettera dell'aprile 1806, che il Maire invia al ricevitore particolare dei diritti riuniti dell'Arrondissement, si deduce che dei 2600 ettari del territorio comunale di La Morra, 760 erano coltivati a vite e che la produzione di vino era di circa 9900 ettolitri. Ogni giornata (unità di misura piemontese della supefricie n.d.t) di vigna produceva circa 5 ettolitri di vino, con una resa di circa 13 ettolitri per ettaro. Una capacità produttiva molto lontana da quella odierna per via delle tecniche di coltivazione arretrate e il mancato impiego di fertilizzanti. La pratica degli innesti è ancora agli inizi, scarso il concime, nullo il trattamento antiparassitario. Da altri documenti emerge che tra i vitigni più coltivati c'è il Nebbiolo.

Il blocco continentale rende difficoltoso o impossibile l'approvvigionamento di alcune derrate provenienti da Oriente, tra cui lo zucchero che, in quell'epoca, veniva prodotto solo dalla canna. Troviamo qui un documento di grande interesse, una circolare del Prefetto Arborio ai sottoprefetti, ai Maires e agli amministratori degli ospizi di beneficenza. Datata 8 settembre 1810, la circolare invita alla sperimentazione di nuovi metodi per ottenere lo zucchero, invitando a prendere immediati contatti con agricoltori e farmacisti che intendessero estrarlo dall'uva.

Le génie de le Empereur, la force de son gouvernement porteront le coup fatal à l'Angleterre, et tous le maux de la guerre seront reportés dans l'île orgueilleuse qui veut envahir le commerce du monde. C'est pour l'exécution de ces conceptions dignes d'Elle, que Sa Majesté veut donner une grande impulsion à la fabrication du sucre et du sirop de raisin, et c'est pour remplir ses intentions que je réclame votre concours.

L'appello ebbe un seguito, com'è noto. Ma si deve alla barbabietola e non all’uva il merito della produzione su vasta scala dello zucchero “bonapartista”, il saccarosio, lo zucchero bianco della nostra esperienza quotidiana.

Ma all'Impero napoleonico le sperimentazioni non bastano. Servono uomini per la Grande Armée. Annota un cronista lamorrese del tempo:

...il sommo poi del malcontento si furono le così numerose e moltiplicate leve dei soldati, senza neppure riservare gli unigeniti rimasti quasi tutti vittime della guerra, e per cui restarono estinte ben molte famiglie.

Storie delle quali si sa pochissimo, nel migliore dei casi la testimonianza in un frammento di lettera:

Charles Franchetti, chasseur de la troisième compagnie du second battaillon, natif de Morra, Départment de la Stura... est décedé à la bataille de Smolenska par suite d'un coup de feu reçu, le 17 aut 1812...

Chiusa la parentesi napoleonica e restaurato in Piemonte il trono dei Savoia, resta invariata la situazione vitivinicola, nel Regno sabaudo come nel resto della penisola.

Viene dato alle stampe per la prima volta nel 1833 il trattato del giornalista britannico Cyrus Redding, resoconto di una indagine sui vini di tutto il mondo, condotta nel corso di un viaggio durato anni. Nelle quasi cinquecento pagine di History And Description Of Modern Wines, un intero capitolo, il decimo, è riservato alla disamina dell’enologia italiana. I giudizi sono durissimi.

Accanto a considerazioni generiche, il Redding approfondisce gli aspetti tecnici della viticoltura italiana, individuando lacune nelle fasi cruciali di conduzione della vite, dalla scelta del terreno di impianto, ai procedimenti di potatura e concimazione. Una pratica diffusa, nota l’autore, è quella di coltivare mais o granaglie negli spazi tra un filare e l’altro.

Tra gli errori più grossolani, annota il Redding, la mancata selezione delle uve e l’abitudine di aggiungere mosto fresco a quello già parzialmente trasformato durante il delicato processo di fermentazione, che per questo motivo si altera e si interrompe.

Si tratta di critiche le quali, per quanto dure, lasciano permeare un profondo rammarico. L’autore infatti riconosce che:

Alcuni proprietari terrieri, tuttavia, possiedono vini eccellenti la cui produzione è costata attenzioni considerevoli, ma che non sono bevuti al di fuori della cerchia delle loro famiglie e non hanno alcuna relazione, rispetto alla qualità, con quanto è comunemente venduto nel Paese. Se la vinificazione fosse condotta allo stesso modo e con le stesse doverose cure che si usano in Francia, ne risulterebbero vini superiori, dal momento che il clima è senza uguali.

Per constatare l’esattezza di quanto preconizzato dal Redding bisognerà attendere ancora qualche anno. Saranno i risultati delle sperimentazioni volute da un personaggio eminente della storia italiana, l’abile diplomatico e regista dell’unità nazionale Camillo Benso, conte di Cavour. Così celebre come personaggio storico, che i suoi meriti in veste di agronomo sono rimasti offuscati e in secondo piano, sebbene non inferiori a quelli politici. Proprietario di terre nelle zone del vercellese ed a Grinzane, località vinicola che oggi porta il suo nome, il Conte affianca all’attività politica un vivo interesse per l’agronomia moderna, condotta con metodi scientifici e razionali. Interesse guidato dalla volontà di migliorare la rendita delle proprie terre, e anche, in generale, l’economia del Regno. Riesce con molto successo ad aumentare produzione e qualità delle coltivazioni di riso, nella zona di Vercelli. E rivolge ora il suo interesse al vino, coadiuvato dalla Marchesa Giulia Falletti di Barolo, discendente dei signori medievali di La Morra.

Cavour si affida alla consulenza di un francese, l’enologo e commerciante di vini Luois Oudart, il quale studia la coltivazione e vinificazione del vitigno Nebbiolo, confermando le considerazioni fatte qualche tempo prima dal suo collega britannico. Vengono finalmente applicate al Nebbiolo le tecniche di vinificazione e le doverose cure che si usano in Francia, proprio come auspicava il Redding. Nasce il Barolo così come lo conosciamo oggi.

Da allora, la coltivazione della vite e la produzione di vini eccellenti ha avuto un’importanza sempre maggiore nell’economia del territorio. Il diffondersi di tecniche agrarie moderne e razionali ha consentito di superare i gravi momenti di difficoltà dovuti all’epidemia di filossera che devastò le viti sul finire dell’800, cui fece seguito qualche anno dopo, la peronospora.

Una volta consolidati i miglioramenti introdotti, dal secondo dopoguerra in poi, i vini piemontesi di qualità ricevono il meritato riconoscimento internazionale e sono in grado di competere con i più blasonati e storici concorrenti.

Le colline di La Morra, favorite da una posizione particolarmente felice, contribuiscono in buona parte alla produzione odierna del miglior Barolo. Un territorio preservato come un bene prezioso, sul quale le aziende enologiche operano nel rispetto del paesaggio e della natura, il più importante patrimonio comune.